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La Sparatoria di Rogoredo: Un Tragico Episodio a Milano, le Posizioni della Magistratura e la Necessità di un’Indagine Approfondita

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Rifletti con gli approfondimenti di Pensa.top

Milano, 28 gennaio 2026 – La città della moda, dell’innovazione e del design si trova ancora una volta al centro di un dibattito acceso sulla sicurezza urbana, sul ruolo delle forze dell’ordine e sulla gestione della criminalità organizzata. Il 26 gennaio 2026, in una zona periferica ma tristemente nota come il “bosco della droga” di Rogoredo, si è verificato un episodio che ha sconvolto l’opinione pubblica: una sparatoria che ha portato alla morte di un giovane di 28 anni, Abderrahim Mansouri, di origini marocchine, per mano di un agente di polizia in borghese. Questo evento non è solo un fatto di cronaca nera, ma un’occasione per riflettere sulle dinamiche sociali, sulle sfide della lotta al narcotraffico e, soprattutto, sulle posizioni della magistratura in casi del genere, nonché sulla imprescindibile necessità di un’indagine approfondita per garantire giustizia e trasparenza.

In questo articolo, esploreremo i dettagli dell’accaduto, il contesto storico e sociale di Rogoredo, il background dei protagonisti coinvolti, le reazioni politiche e mediatiche, e approfondiremo in modo particolare le posizioni corrette assunte dalla magistratura milanese. Analizzeremo perché l’apertura di un’inchiesta per omicidio volontario rappresenti non solo un atto dovuto, ma una misura essenziale per preservare la fiducia nelle istituzioni. Inoltre, evidenzieremo la necessità di un’indagine rigorosa, che includa analisi balistiche, testimonianze e prove scientifiche, per evitare che episodi simili si trasformino in controversie irrisolte. Con un approccio analitico e documentato, cercheremo di superare le polarizzazioni ideologiche, offrendo ai lettori di Pensa.top una visione completa e obiettiva.

I Fatti: Cronaca di una Sparatoria Fatale

Era il tardo pomeriggio del 26 gennaio 2026, intorno alle 18:00, quando in via Giuseppe Impastato – una strada ai margini del quartiere Rogoredo, a sud-est di Milano – si è consumata la tragedia. Una pattuglia di agenti in borghese del commissariato Mecenate era impegnata in un’operazione anti-droga, mirata a contrastare lo spaccio nel cosiddetto “bosco della droga”, un’area verde degradata e nota da anni come epicentro del traffico di stupefacenti in città. Gli agenti avevano appena arrestato uno spacciatore quando hanno notato due figure avvicinarsi dalla boscaglia.

Secondo la ricostruzione fornita dalle forze dell’ordine, uno dei due individui era Abderrahim Mansouri, 28 anni, cittadino marocchino con numerosi precedenti penali per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale e rapine. Mansouri, noto negli ambienti criminali con il soprannome “Zack”, era legato a un clan familiare marocchino che controlla parte del traffico di cocaina e crack nella zona. Gli investigatori lo ritenevano un “cavallino”, ovvero un intermediario che supervisionava gli spacciatori di basso livello e riforniva le piazze di spaccio. Al momento dell’incidente, Mansouri era armato di una pistola replica della Beretta 92, priva del tappo rosso che identifica le armi a salve, e caricata con proiettili a blank.

L’agente che ha sparato, un poliziotto di 40 anni con oltre 20 anni di servizio alle spalle, ha intimato a Mansouri di fermarsi gridando “Fermo, polizia!”. Nonostante l’ordine, il giovane ha continuato ad avvicinarsi, estraendo l’arma dalla tasca destra e puntandola contro l’agente. In quel momento, con la visibilità ridotta dal crepuscolo, l’ufficiale ha percepito una minaccia imminente. Ha aperto la giacca, estratto la pistola d’ordinanza dall’holster addominale e sparato un singolo colpo da una distanza di circa 20-30 metri, colpendo Mansouri alla testa. Il giovane è crollato a terra, rantolando, e nonostante l’immediato intervento dei soccorsi è deceduto poco dopo in ospedale.

Nelle ore successive, l’agente è stato interrogato in Questura alla presenza del suo avvocato, Pietro Porciani. Nel verbale, ha dichiarato: “Volevo rincorrerlo, ma quando mi ha puntato la pistola ho avuto molta paura e ho sparato per reazione, mirando alla sagoma”. Ha aggiunto di essere ancora sotto shock e di non aver inteso uccidere, ma di aver agito per legittima difesa. Ha riconosciuto Mansouri da un controllo recente e ha confermato di aver spostato l’arma del giovane con la mano per metterla in sicurezza, richiedendo foto della scena prima di toccarla ulteriormente.

Sul posto sono intervenuti la Squadra Mobile della Polizia, coordinata dal PM Giovanni Tarzia e dal procuratore aggiunto Marcello Viola. Sono state sequestrate sia la pistola a salve di Mansouri che l’arma di servizio dell’agente per analisi balistiche. È prevista un’autopsia nei prossimi giorni per chiarire la dinamica del colpo fatale. Inoltre, gli inquirenti stanno cercando un potenziale testimone: una seconda figura vista nella boscaglia poco prima dello sparo, che potrebbe fornire dettagli cruciali. Gli altri cinque agenti presenti hanno confermato la versione del collega, ma l’unico altro testimone – lo spacciatore arrestato – ha dichiarato di non aver visto nulla.

Il Contesto: Rogoredo, il “Bosco della Droga” e la Sicurezza a Milano

Per comprendere appieno la sparatoria, è essenziale contestualizzarla nel quadro più ampio della criminalità milanese. Rogoredo non è un quartiere qualunque: situato tra la tangenziale est e la stazione ferroviaria, è da decenni sinonimo di degrado e spaccio. Il “bosco della droga” – un’area verde di circa 10 ettari ai margini del Parco Sud – è diventato un supermercato a cielo aperto per cocaina, crack ed eroina. Qui, clan marocchini, albanesi e italiani si contendono il territorio, con un giro d’affari stimato in milioni di euro annui. Solo nel 2025, la polizia ha effettuato oltre 500 arresti in zona, sequestrando centinaia di dosi di stupefacenti e armi.

Milano, nonostante l’immagine glamour, affronta da anni un’emergenza sicurezza. Nel 2025, i reati legati alla droga sono aumentati del 15% rispetto all’anno precedente, con un picco nelle periferie sud. Episodi di violenza non sono rari: solo poche settimane prima, il 6 gennaio 2026, un poliziotto di 22 anni è stato accoltellato da un egiziano irregolare in centro, e un 15enne è stato ferito gravemente mentre difendeva un amico da una rapina ad opera di un nordafricano. Questi fatti sottolineano come la presenza di immigrati irregolari e clan criminali contribuisca a un clima di tensione, dove le forze dell’ordine operano in condizioni ad alto rischio.

Il clan Mansouri, in particolare, è noto per la sua aggressività. Abderrahim aveva precedenti risalenti al 2016, quando aggredì un carabiniere durante un controllo. La sua famiglia gestisce tende e accampamenti nel bosco come basi per lo spaccio, rendendo l’area un fortino difficile da espugnare. Operazioni come quella del 26 gennaio sono routine, ma il buio, la vegetazione fitta e la presenza di armi (anche se a salve) amplificano i pericoli.

I Protagonisti: Vittima e Agente tra Realtà e Percezioni

Abderrahim Mansouri non era un semplice passante. Nato in Marocco e residente in Italia da anni, aveva accumulato un curriculum criminale significativo: arresti per spaccio, resistenza e aggressioni. Era considerato un leader nel traffico locale, con legami familiari che lo rendevano un pilastro del clan. Al momento della morte, aveva con sé dosi di droga e la pistola a salve, forse usata per intimidire rivali o clienti. Il fratello, intervistato dai media, ha contestato la versione ufficiale: “Non ci convince affatto. Mio fratello non era un violento”. Tuttavia, i fatti suggeriscono un contesto di criminalità organizzata.

Dall’altra parte, l’agente – il cui nome non è stato reso pubblico per motivi di sicurezza – è un veterano con 20 anni di esperienza. Descritto come “sotto choc” dopo l’incidente, ha espresso rimpianto: “Non pensavo di uccidere. Quando ho visto la pistola ho avuto paura”. La sua azione è stata istintiva, in un contesto di alto stress, ma solleva quesiti sull’uso proporzionato della forza.

Reazioni Politiche e Mediatiche: Tra Solidarietà e Polemiche

L’episodio ha innescato un turbine di reazioni. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha proposto una “norma per evitare indagini automatiche ad agenti che si difendono”, definendo l’indagine un “eccesso burocratico”. Di contro, il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha respinto l’idea di uno “scudo penale” per i poliziotti, invocando “più severità per chi vende morte”, ma sottolineando la necessità di indagini trasparenti.

I media hanno amplificato il dibattito: il TG3 ha intervistato un cliente del pusher, scatenando accuse di parzialità. Su X (ex Twitter), post come quello di Nicola Porro criticano la narrazione anti-polizia, mentre altri utenti evidenziano il problema dell’immigrazione irregolare.

Le Posizioni Corrette della Magistratura: Un Atto Dovuto per la Giustizia

La magistratura milanese ha assunto una posizione corretta e equilibrata, iscrivendo l’agente nel registro degli indagati per omicidio volontario. Questa scelta, coordinata dal PM Giovanni Tarzia, non implica una condanna preconfezionata, ma è un atto dovuto per consentire una difesa piena e raccogliere prove. In Italia, l’articolo 27 della Costituzione presume l’innocenza fino a sentenza definitiva, e indagini come questa servono a verificare se ricorrano gli elementi della legittima difesa (art. 52 c.p.), che richiede proporzionalità tra offesa e reazione.

Critici come Salvini la vedono come un’ingiustizia verso le forze dell’ordine, ma è proprio questa procedura a tutelarle: evita accuse di insabbiamento e rafforza la credibilità. In casi simili – come la sparatoria di Roma nel 2024 o l’uccisione di un rapinatore a Napoli nel 2023 – indagini approfondite hanno spesso portato all’archiviazione per legittima difesa. Qui, la magistratura ha correttamente sequestrato armi, ordinato autopsia e cercato testimoni, dimostrando impegno per la verità.

La correttezza si evince anche dalla rapidità: l’interrogatorio notturno e l’analisi delle bodycam (se presenti) assicurano che non vi siano omissioni. Senza questa imparzialità, rischi di polarizzazione sociale aumentano, come visto in USA con casi come George Floyd.

La Necessità di un’Indagine Approfondita: Trasparenza, Prevenzione e Fiducia

Perché è necessaria un’indagine? Innanzitutto, per chiarire la dinamica: la distanza dello sparo (20-30 metri), il buio e la natura dell’arma a salve sollevano dubbi su percezione della minaccia. Analisi balistiche confermeranno se il colpo fosse inevitabile, mentre l’autopsia rivelerà traiettoria e cause della morte.

In secondo luogo, per prevenire abusi: indagini rigide dissuadono eccessi di forza, formando meglio gli agenti. Nel 2025, l’Italia ha registrato 15 morti in scontri con polizia; solo indagini trasparenti mantengono fiducia pubblica.

Terzo, per affrontare radici del problema: l’inchiesta potrebbe rivelare falle nel controllo del territorio, spingendo interventi su degrado di Rogoredo. Necessaria anche per la famiglia Mansouri, che contesta la versione, garantendo closure.

Inoltre, in un contesto di immigrazione e criminalità, un’indagine evita strumentalizzazioni razziste o anti-polizia. Come sottolinea l’Associazione Democratici per Milano, “più severità per chi vende morte”, ma senza scorciatoie penali.

Analisi Approfondita: Uso della Forza, Diritti Umani e Società

L’uso della forza letale da parte della polizia è un tema globale. Secondo Amnesty International, in Europa si contano centinaia di casi annui, con l’Italia al di sotto della media ma con criticità nelle periferie. Qui, la pistola a salve – indistinguibile al buio – giustifica la paura dell’agente, ma pone quesiti su protocolli: perché non un colpo di avvertimento o alle gambe?

Dal punto di vista giuridico, l’art. 53 c.p. autorizza l’uso delle armi per legittima difesa, ma richiede necessità e proporzionalità. L’indagine valuterà se alternative esistessero, considerando lo stress operativo.

Socialmente, Rogoredo simboleggia fallimenti dell’integrazione: molti spacciatori sono immigrati di seconda generazione, vittime di marginalizzazione. Politiche come il reddito di cittadinanza o programmi di recupero potrebbero mitigare, ma servono risorse. Milano ha investito in rigenerazione urbana – come l’arena olimpica vicina – ma il degrado persiste.

Confronti internazionali: negli USA, indagini federali su sparatorie poliziesche hanno ridotto incidenti; in Francia, riforme post-Charlie Hebdo hanno migliorato addestramento. L’Italia potrebbe adottare bodycam obbligatorie e training su de-escalation.

Conclusioni: Verso una Milano Più Sicura e Giusta

La sparatoria di Rogoredo è una tragedia che interpella tutti: forze dell’ordine, magistratura, politica e cittadini. Le posizioni corrette della magistratura – con un’indagine per omicidio volontario – garantiscono equilibrio, mentre la necessità di approfondimenti è evidente per verità e prevenzione.

Per Pensa.top, questo evento è monito: Milano deve investire in sicurezza integrata, combattendo droga alla radice senza sacrificare diritti. Solo così eviteremo altre vittime, costruendo una città inclusiva.

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